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Il confine sottile tra viral e spam: fenomenologia del gradimento
di Nekuia Imako
Diventa sempre più difficile, anche per chi non è un bot, distinguere tra ciò che è spam e ciò che non lo è.
Il problema, tuttavia, non è solo questione di fastidio se le pratiche di viral marketing cominciano a spingersi troppo in là. Un viral, detto in soldoni, gioca sul trasferimento della credibilità dalla marca a chi – consapevole o meno- ne promuove il messaggio.
Per questo graziamo tanto spesso quell’amico intraprendente che ci intasa la casella di catene, presentazioni ppt e video: perché, appunto, è un amico. Se le stesse mail venissero da chiunque altro le relegheremmo senza pensarci tra lo spam.
Osservazione banale se non fosse che il meccanismo del viral, dello spam e dei sistemi emergenti (tripletta principe del web 2.0) si basano sui medesimi presupposti tecnici. Link passati con un sistema di fiducia, ma valutati secondo il cardine delle cifre assolute (un viral è un viral se ha raggiunto x migliaia di persone, uno spam è no spam se ha importunato x milizia di caselle etc)
Diventa allora sempre più difficile, per chi è un bot ma non solo, distinguere tra un link estremamente diffuso perché si apprezza il contenuto, ed uno inviato compulsivamente da uno spambot. E’ quello che è successo a Microsoft che ha visto il suo messenger bloccare tutti i link a youtube perché aveva tutte le caratteristiche di uno spam link. Vedi [http://www.theinquirer.net/gb/inquirer/news/2008/05/12/microsoft-blocks-youtube-links]
E poi [http://messengersays.spaces.live.com/blog/cns!5B410F7FD930829E!35340.entry]
Ma non sempre le cose sono così nette da distinguere.
Più ambiguo infatti è il caso di Leo. Leopardo “perso” in contemporanea in varie città italiane, che, attraverso vecchissimi media (un foglio ed un palo) è riuscito a muovere all’unisono le corde del cuore e quelle della paura scavalcando il confine cittadino per arrivare ad una rapida serie di smentite sulla rete. Il leopardo – mai perso – è stato però ritrovato ed ora nel blog campeggia la pubblicità di una autovettura.
Certo, esistono una serie infinita di strumenti che tendono a prevenire questi errori e, di fatto, la rete trova velocemente al suo interno gli anticorpi per individuare contenuti genuini da contenuti dannosi o indesiderati.
Sono i sistemi emergenti che, rigidi e inconsapevoli, segnano i contenuti e avvertono la comunità di ciò che è, di ciò che non è e spesso – nel bene e nel male - di ciò che dovrebbe essere.
Quel che manca alla rete, allora, non sono le contromisure più o meno celeri contro gli abusi di spazio o credibilità. Manca un sistema automatizzato che possa recuperare una fenomenologia del gradimento ed individuare i contenuti graditi da quelli sgraditi (prima graditi e poi sgraditi) agganciandoli alla persona che li ha prodotti.
Esattamente il contrario di quel che vuole ogni internauta. Esattamente ciò che sogna ogni marketing manager.
Insomma la rete, luogo dove tanto spesso democrazia e anarchia si confondono, dovrebbe piegarsi alla divisione dei compiti e concedere una tracciabilità che consenta di associare le azioni alle persone? Il grande fratello di Orwell impallidirebbe di fronte a tale ipotesi. Il problema poi, di chi o cosa terrebbe quelle tracce scoraggerebbero da solo qualunque forcaiolo della rete.
Lo spam, in fondo, non è un prezzo da pagare per continuare una navigazione anonima è solo un fattore strutturale che dimostra come la rete sia un sistema sociale che, come tale necessita direbbero i sociologi di una certa percentuale di “devianza” . In effetti una società senza alcoolisti sarebbe strana esattamente come una casella senza spam.
Insomma, per riprendere un argomento più volte toccato in occasione dell’ultimo IAB forum, la ritrosia di alcune aziende ad investire sulla rete è la conseguenza della difficoltà di trovare forme di misurazione (numeriche) della rete che possano schermare i manager da investimenti infelici.
Click fraud, spam, page views, impression, sono oggi tutte misure facilmente alterabili. C’è ancora qualcuno che chiedeva studi di eye tracking a supporto dei dati presentati alle aziende. Difficile però verificare i movimenti dell’occhio se non si sa neppure come o deve il contenuto mappato viene visto. Né è possibile prevedere i sui ambiti di utilizzo.
Qualsiasi sito dotato di rss oggi perde il legame tra contenitore e contenuto. Nessuno sa se il proprio video, post, o immagine sarà visualizzata sul sito, in un lettore rss, su un dispositivo mobile o su una pagina costruita su netvibes.
Se dunque è vero che il senso sta nella testa di chi legge più che nel pugno di chi scrive, allora non vi sono poi tanti motivi di affannarsi a cercare una definizione di web 3.0 o di proporre strutture come gli rdf ed il semantic web come grimaldelli per ricoprire di significato un flusso di informazioni che acquistano senso(i), nel migliore dei casi, solo dopo che lasciano il formato digitale.
Viral e spam sono in fondo i due lati del web 2.0, simbolo e derivazione allo stesso tempo. Segno forse che nel regno dell’informazione binaria l’unica via percorribile è quella dell’equilibrio creato tramite l’oscillazione.




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